Le idee geniali sono condivisibili

idee condivisibili

Le idee più stimolanti, si sa, non nascono durante riunioni lunghe e stressanti ma in situazioni più informali e rilassate. Così quando un sociologo, una laureanda in sociologia e un’amante della scrittura iniziano a chiacchierare di crisi e processi di impoverimento non può che scaturirne qualcosa di interessante.

Ci siamo resi conto di provare un forte disagio verso quelle che percepiamo come le principali rappresentazioni dell’attuale crisi economica e sociale che, soprattutto a livello mediatico e politico, vengono proposte. Da un lato vediamo la quotidiana altalena dello spread, entità metafisica che si manifesta e agisce apparentemente al di fuori di qualsiasi possibilità di controllo; dall’altro, assistiamo al ricorrere di espressioni che alludono a situazioni di disagio sociale: impoverimento e nuove povertà, perdita del lavoro, disoccupazione, precarietà, che vengono però presentate dietro alla maschera fredda e asettica delle statistiche e in maniera perlopiù fatalista, quasi fossero un destino ineluttabile. L’unica possibilità di redenzione e riscatto sembra costantemente rimandata ad un improbabile futuro in cui il demone dello spread sarà forse definitivamente sconfitto e la “crescita economica” tornerà ad illuminare il nostro cammino. Non rimane così molto spazio per le vite e le vicissitudini dei soggetti in carne e ossa che con la crisi quotidianamente devono fare i conti e i cui tentativi di reagire e rialzarsi sono trattati in maniera, a nostro avviso, un po’ superficiale. Questo disagio provato è stato probabilmente la molla principale che ci ha portati ad agire.

Volevamo utilizzare le nostre competenze e le nostre conoscenze per iniziare a capire come questa crisi impatta il nostro territorio e le vite delle persone che lo abitano.

Lo strumento dell’inchiesta sociale ci è sembrato da subito il più adatto per cercare di dare seguito, nel limite delle nostre capacità e possibilità, a questi propositi.

Fare Cultura per noi, infatti, significa anche – per usare l’espressione dell’antropologo Arjun Appadurai – alimentare la “capacità di aspirare”. Pensiamo cioè che si debba favorire il senso del possibile e consentire alle persone di smettere di percepirsi come incatenate ad una sorte immutabile ed inesorabile, ma iniziare invece ad immaginare un futuro che tutti possiamo, insieme, contribuire a costruire.

Ci siamo chiesti da dove partire. Le sfaccettature di questa crisi sono tante e diverse e, soprattutto, intrecciate tra loro. Abbiamo scelto di iniziare questo percorso di analisi e inchiesta dal disagio abitativo. Ci sembrava un tema chiave.

A Bologna la richiesta di sfratti per morosità è infatti fortemente aumentata, scoperchiando una situazione che solo fino a qualche anno fa era difficilmente immaginabile in questo territorio e facendo così emergere una diffusa difficoltà a sostenere i prezzi imposti dal mercato immobiliare.

Abbiamo deciso di evitare appositamente la definizione di “emergenza abitativa”. Trattare le questioni in quel modo potrebbe portare, infatti, a schiacciare l’analisi e la valutazione dei fenomeni sulla contingenza, sul qui ed ora, impedendo di coglierne le dimensioni strutturali. Noi vorremmo provare invece ad indagare e approfondire il tema dell’impoverimento e delle problematiche legate alla casa in quanto elemento connaturato all’attuale modello economico.

La diffusione del problema abitativo, in quest’ottica, ci parla allora di tutta una serie di altre questioni: la disoccupazione, la precarietà lavorativa, le retribuzioni insufficienti, l’inefficacia dell’attuale modello di welfare. Dunque, quello della casa se da un lato è in sé un tema caldo, dall’altro rappresenta un punto di partenza per affrontare questioni di portata più generale. È con questo spirito che ci siamo messi al lavoro per comprenderne le varie dimensioni, a partire dalla conoscenza di quanto è già stato prodotto e provando a fare un ulteriore piccolo passo.

Ci interessa infatti non solo descrivere come le persone subiscano la crisi, ma vorremmo portare alla luce i comportamenti che i soggetti mettono in campo per resistere o rispondere alla situazione di difficoltà che si trovano ad affrontare: ci interessa capire se e come si attivino e si mobilitino per trovare una soluzione ai propri problemi.

Per questo il nostro approccio alla questione si rifà al “metodo etnografico”, come viene definito nell’ambito della ricerca sociale, il quale si basa non tanto, o non solo, sulla raccolta di interviste agli attori istituzionali coinvolti a vario titolo. L’obiettivo è piuttosto quello di costruire una relazione diretta con coloro che vivono sulla propria pelle le situazioni di cui stiamo parlando, raccogliendo i loro racconti di vita ed entrando a far parte della loro quotidianità.

In questo senso il nostro scopo è quello di recuperare il significato più profondo dell’inchiesta sociale: non ci sono cioè detentori di un sapere esperto che sezionano il proprio “oggetto” di ricerca ponendo le persone che studiano in una posizione di subalternità; c’è invece un forte interesse ad aprire un percorso in cui i soggetti coinvolti siano parte attiva della ricerca, in cui la nostra stessa presenza sul campo metta in moto delle dinamiche e contribuisca ad alimentare capacità e aspirazioni, in breve, a produrre soggettività.

È con questo atteggiamento che ormai da alcuni mesi stiamo seguendo attivamente, fra le altre cose, un’occupazione abitativa a Bologna, un’esperienza all’interno della quale proviamo a lavorare seguendo i criteri che abbiamo delineato. Si tratta di un piccolo passo, ma crediamo che ci possa portare nella giusta direzione.

Siamo consapevoli del fatto che la nostra iniziativa è una goccia nel mare rispetto alla grandezza e all’importanza dei problemi con cui abbiamo deciso di rapportarci, ma sentiamo forte il bisogno di metterci in gioco, con la speranza di riuscire ad aggiungere un tassello da cui possano nascere ulteriori iniziative.

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